“Non applicare gli accertamenti basati sugli studi di settore alle professioniste per l’anno della maternità e per quello successivo, in quanto si tratta di un periodo di “non normale attività”.
E’ la proposta formulata dal comitato pari opportunità del Consiglio nazionale dei Dottori commercialisti e degli Esperti contabili. I commercialisti avanzano la richiesta all’Agenzia delle Entrate, cui chiedono di prevedere questa disposizione già nella imminente stesura delle istruzioni per le dichiarazioni dei redditi.
Secondo i commercialisti, la misura dovrebbe riguardare le professioniste che si trovano nell’anno della gravidanza e del puerperio e in quello successivo. All’anno della gravidanza e del puerperio andrebbero inoltre assimilate anche le interruzioni della gravidanza per motivi spontanei o terapeutici dopo il compimento del sesto mese, le adozioni o gli affidamenti in preadozione di bambino di età non superiore ad anni 12 per adozione nazionale e ad anni 18 per quella internazionale all’atto dell’ingresso nel nuovo nucleo familiare, l’aborto spontaneo o terapeutico non prima del terzo mese di gravidanza.
“La nostra proposta – afferma Giulia Pusterla, consigliere nazionale dei commercialisti delegata alle pari opportunità – punta ad eliminare una evidente ingiustizia. Per le libere professioniste la produzione del reddito è intimamente legata alla reale possibilità di svolgere la professione. Accertare il loro reddito in base agli studi di settore anche in anni, come i due della maternità, nei quali il normale e pieno svolgimento dell’attività professionale è oggettivamente estremamente difficoltoso e procura una conseguente contrazione dei ricavi, è un’anomalia cui porre rimedio”.
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